«DAL CASINÒ ALLA TERAPIA. DAGLI ASSI IN AVANTI AI PASSI IN AVANTI»

«Il gioco d’azzardo non è ereditario. Chi è figlio di un giocatore, infatti, non eredita proprio nulla».

Quanta verità in una sola battuta di spirito; di quelle che Rolando De Luca ha già raccolto in due libri e con cui ama particolarmente lavorare perché «riuscire a trasformare la tragedia dei gruppi in commedia è un valore aggiunto non da poco. E poi l’ironia è il sale della vita, è umanità». Non ha alcun dubbio lo psicologo, psicoteraputa che 25 anni fa decide di mettere il proprio piede in un territorio ancora “vergine” sull’azzardo per edificare qualcosa di concreto a supporto dei giocatori  patologici e dei loro familiari, per la prima volta in Friuli e in Italia. Nasce così, nel 1993, quello che dopo un avvio incerto si imporrà naturalmente come un vero e proprio modello di riferimento di lavoro terapeutico capace di produrre risultati indiscutibili.

«Ricordo di aver cercato per ben tre anni, all’inizio, un giocatore d’azzardo in Friuli; poi, nel 1996, mi chiama una signora che ha un marito che gioca e da lì sono partito. Nel 1997 avvio il mio primo gruppo di terapia e già nel 2005 diventano dieci. Alcuni hanno superato il migliaio di sedute; 8500, invece, quelle che ho fatto io, personalmente, in tutti questi anni».

Numeri importanti, che raccontano un percorso professionale costruito nel tempo, passo dopo passo, da abile artigiano, come lui stesso ama definirsi. «Se i gruppi a Campoformido oggi hanno questi esiti è perché all’inizio ci sono state anche tante situazioni drammatiche. Un po’ come nel pugilato. Si va al tappeto, ci sono le sconfitte, gli insuccessi ma poi si continua comunque a lavorare per fare sempre meglio».

Come ricorda gli inizi?

«I risultati erano catastrofici. Avevo moltissime ricadute nei gruppi e il 60% di abbandoni. Questo accadeva perché il sistema non era ancora stato messo a punto. Oggi l’indice di abbandono è sceso al 4%, ho due soli disoccupati nei gruppi su 230 persone e il 93% non gioca più d’azzardo e non si è mai verificato un suicidio in corso di terapia. Dal 1996 ad oggi ho visto oltre un migliaio di famiglie; l’entrata in gruppo ha riguardato circa 400 di esse; questo fa capire non solo quanto sia difficile per loro pensare ad un lungo percorso nonostante i gravi problemi presentati ma anche quanto sia importante disporre di persone preparate e di lunga esperienza nell’ingaggio terapeutico. Oggi chi entra nei gruppi ha pressoché la certezza di farcela se non altro per quanto riguarda l’azzardo ma non solo. In sintesi, allo stato attuale, 220 persone, tra giocatori e familiari, hanno concluso la lunga terapia con follow up a 15 anni mentre altre 230 frequentano attualmente i gruppi».

Dott. De Luca, vogliamo spiegare che cosa sono effettivamente questi gruppi di terapia?

«Sono tragedia e commedia insieme. Il gruppo è una sorta di sommergibile che dopo aver preso in mano i problemi all’interno del proprio scafo deve infine affrontare il mare aperto e le navi;  navi che battono la bandiera della giustizia, della medicina, della farmacologia e di tante altre sfaccettature più o meno diamantate della vita. Per fare tutto questo è necessaria una lunga terapia che non può certo risolversi in qualche decina di sedute ma che deve procedere anno dopo anno in una ricerca continua. Un gruppo terapeutico, guidato da un professionista con tanta esperienza alle spalle, è in grado di affrontare tutta questa complessità e di portare le persone a cambiamenti duraturi nel tempo. Ciò che si vede all’inizio non è certo ciò che si vede dopo centinaia di sedute e questo vale per il terapeuta, per le famiglie, per il gruppo; emerge anche dalle ricerche sperimentali condotte nel corso della terapia a Campoformido e pubblicate dal 2001 su importanti riviste. Il gruppo, in sostanza, diventa un catino terapeutico che in verità farebbe bene un po’ a tutti».

Come arrivano le famiglie al Centro?

Le famiglie chiedono aiuto sempre tardi quando ormai tutto è crollato.  E nel momento in cui mi chiamano non sono nemmeno sicure di avere realmente a che fare con un problema. La terapia inizia nell’istante stesso in cui rispondo alla telefonata. Quei cinque minuti di colloquio sono decisivi. Rassicuro i familiari, invio loro materiale informativo e spiego come dovrà essere impostato il lavoro. Lle famiglie che mi chiamano, parlo del 50%, non vengono subito al Centro perché restano impaurite dalla proposta di cambiamento. Capiscono infatti da subito che io, con la terapia, non toccherò soltanto l’azzardo ma andrò ben oltre coinvolgendo proprio loro in prima battuta. Faccio subito capire infatti che nel percorso terapeutico tutti devono remare insieme e anzi spetta proprio alle famiglie il maggiore carico iniziale.

E il percorso che viene avviato, come lei stesso ha già ribadito, non si risolve certo in poche sedute…

Credo che solo con un lavoro terapeutico continuativo, in un lungo arco di tempo, si possano affrontare la dipendenza, le dipendenze, le storie personali familiari trigenerazionali profonde. Senza aver dato vita ad un gruppo coeso e ad un lungo lavoro terapeutico, come si possono affrontare le resistenze al cambiamento di persone incancrenite da decenni di storie personali e  familiari spesso drammatiche?

Quali sono i vissuti più frequenti che arrivano al Centro?

Sono di tanti tipi, ne ho decine e decine; persone con dissesti finanziari, problemi con l’usura e la giustizia. Si parte sempre da situazioni molto complicate ma poi il gruppo, proprio perchè coeso, riesce ad attrarre le persone come una calamita, con il tempo, e  a fare sì che da tutte queste macerie iniziali si possano ricostruire case con torri di guardia che riescono a vedere un po’ più in là.

Dottor De Luca, parliamo di numeri. Quanti sono i giocatori d’azzardo in regione?

In base alla mia esperienza professionale posso dirle di avere intercettato, da solo, lo 0,5% della popolazione adulta; immagino quindi che si arrivi tranquillamente al 3%, un numero non banale visto che stiamo parlando di migliaia e migliaia di famiglie. Il problema, giusto per tagliare la testa al toro, è che dal 2000, e proiettandoci al 2020, noi avremo buttato più di mille miliardi di euro nell’azzardo ovvero la metà del debito pubblico nazionale. Una cifra del genere non lascia certo spazio a dibattiti, ricerche o spiegazioni. E tutto ciò che si cerca di fare adesso arriva troppo tardi.

Ci sono anche giovani nei gruppi?

Ho un gruppo orientato su ragazzi dai 18 ai 20 anni che vengono segnalati dai genitori. Si tratta di situazioni complesse su cui è molto difficile lavorare; siamo infatti all’inizio della patologia che non viene ancora riconosciuta e i numeri sono in aumento perché l’offerta è in crescita. Per il resto invece l’età media dei giocatori che chiedono aiuto, e che sono prevalentemente maschi, è di 40 anni; 55 per le donne che rappresentano una percentuale molto bassa pari al 15%.

È possibile individuare tratti ricorrenti nei giocatori d’azzardo?

Noi abbiamo fatto diverse ricerche sperimentali in questo senso ma io ho trovato solo due elementi ovvero l’impulsività e la ricerca di novità. Questo però ci dice davvero molto poco trattandosi di caratteristiche che di per sé non sono necessariamente positive o negative. Le storie che entrano nei gruppi si rifanno sempre a situazioni personali in cui sono accadute cose gravi. E il gruppo, in questo senso, che sembra lavorare inizialmente solo sull’azzardo, in realtà agisce direttamente sulla vita. Le dipendenze, alla fine, si possono anche togliere mentre invece è proprio su tutto il resto che bisogna lavorare nel tempo.

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