«GIOCAVO PER NON SENTIRE LA SOFFERENZA»

Gennaio 17, 2019by Carolina Laperchia

«GIOCAVO PER NON SENTIRE LA SOFFERENZA»

La storia di Dario che dopo più di 16 anni è giunto alla fine del suo percorso terapeutico

«All’inizio il gioco sembra piacevole. È qualcosa che ti aiuta a non pensare, a cancellare la malinconia e a distrarti dai problemi della tua vita. Poi però ti rendi conto che è solo un percorso di autodistruzione, una lotta impari tra te e il “banco”. E tu, alla fine, perdi sempre».

A raccontarmelo è Dario, 60 anni, di Trieste, mentre ripercorre una vita complessa in cui il gioco d’azzardo, per molti anni, rappresenta l’unica valvola di sfogo, pagata ovviamente a caro prezzo.

«Ho iniziato molto giovane. Ricordo che già a 15 anni avevo l’abitudine di giocare le schedine con gli amici poi sono passato pian piano ai cavalli e ad altro ancora in un crescendo costante di autodistruzione. Gli ultimi anni giocavo appena potevo, anche la notte, ricorrendo soprattutto alle slot machines che alla fine erano il modo più veloce per estraniarmi dal mondo. Solo in quei momenti, infatti, riuscivo a non pensare più a nulla».

L’effetto anestetico del gioco è qualcosa di cui Dario non riesce proprio a fare a meno per anni fino a quando la madre, seriamente preoccupata per le condizioni del figlio, decide di prendere in mano la situazione  e chiedere aiuto. «Ero arrivato al punto di pensare che l’unica via di fuga, per me, fosse farla finita. Ero indebitato moltissimo, stavo male e avevo fatto cose, nel tempo, che non mi facevano sentire una brava persona. Sentivo un’enorme difficoltà nel vivere, non riuscivo a trovare soluzioni e non sapevo più chi fossi. È stata proprio mia madre, alla fine, a prendere in mano la situazione e ad aprirmi la strada per il Centro di Campoformido».

Inizia dunque a 44 anni quel lungo e intenso percorso di guarigione che porterà Dario ad entrare in uno dei gruppi gestiti dal dott. Rolando De Luca e a frequentarlo settimanalmente per oltre 16 anni.  «Può sembrare un’eternità ma per me la terapia attraverso il gruppo è stata una palestra fondamentale per lo spirito e per la mente che potrei continuare a  fare anche adesso che ho terminato il mio cammino terapeutico. Se mi guardo indietro, mi rendo conto che la dipendenza dal gioco è stata proprio ciò che sono riuscito ad eliminare subito, dopo soli pochi mesi di frequentazione. È su tutto il resto che ho invece dovuto lavorare profondamente e per tanto tempo.  Il gioco d’azzardo, alla fin fine, era stato semplicemente il mio modo di comunicare agli altri, e soprattutto a me stesso, quanto soffrissi e stessi male e quante cose della mia vita fosse necessario affrontare e rielaborare per cercare di vivere un presente più sereno».

 

 

 

 

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